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A molti di noi è capitato almeno una volta nella vita di dire: “Adesso basta! Mollo tutto, vado a vivere su un’isola deserta e chi si è visto, si è visto. Ciao.”

Qualcuno di noi l’ha fatto, uscendo dalla stanza e sbattendo la porta. Qualcun altro l’ha solo urlato dentro di se, dove nessuno poteva sentirlo. E qualcun altro ancora, l’ha detto solo per battuta, sapendo che nessuno gli avrebbe mai creduto.

Ma quelli che l’hanno fatto, fatto per davvero intendo, cosa li ha portati a quel punto? Cosa avevano in testa? Cosa li ha spinti a mollare tutto e partire?

Nei prossimi paragrafi, voglio rispondere proprio a queste domande. Eh già, perché io sono una di quelli. Non per vanto, ma per necessità. Cosa mi ha spinto a licenziarmi da un posto sicuro, con un contratto a tempo indeterminato e decidere di partire?

Mettiti seduto bello comodo: ti do il benvenuto nella mia storia.

Sono sempre stata una ragazza inquadrata. Una di quelle con la “testa sulle spalle”. Con l’ambitissimo contratto a tempo indeterminato, fin dai miei 23 anni. Niente male, insomma: ogni mattina la porta del posto di lavoro era lì, aperta per me. Come una certezza. Un punto fisso. Un porto sicuro. Sicuro, sì, ma che non mi dava soddisfazioni e non mi gratificava. Non l’aveva mai fatto in realtà. Sì, mi ero accontentata. L’avevo fatto per garantirmi la mia indipendenza economica. Ogni 10 del mese, lo stipendio era sul conto, ma ero ormai diventata impassibile anche a quello.

Ovviamente, però quei soldi mi servivano.

E allora, per quale motivo continuavo a star lì? Non potevo cercare un altro posto?

La risposta è abbastanza facile: ero salita su una carrozza dorata. Il cocchiere guidava per me ed io mi lasciavo trasportare. Anche se stava andando in una direzione che non mi piaceva, io non dovevo fare il minimo sforzo.

Era questo il compromesso che avevo accettato: una carrozza d’oro all’esterno, dietro la quale stavo lasciando sogni ed ambizioni. Sulla quale mi ero concessa il lusso di schiacciare un pisolino, mentre il cocchiere andava avanti. Scegliendo per me quando curvare, avanzare o fermarsi.

Si arriva ad un punto, però, in cui anche la carrozza più dorata, non basta più. Neppure l’oro più massiccio riesce a compensare la voglia di VITA. Un giorno ti rendi conto che neppure l’arrivo del tanto atteso weekend provoca più alcun brivido, consapevole del fatto che ciò significa che il lunedì successivo è sempre più vicino.

Si arriva ad un momento in cui non basta più avere una vita con delle certezze. Quello che si vuole è sentirsi liberi. Senza troppe pretese. Si desidera ritrovare se stessi, sentire il vento sulla pelle e il sole sul viso. Si vuole di meno, per avere di più. Meno preoccupazioni in cambio di meno comfort, ma più libertà e, forse, più vita.

L'umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza.

A me era successo esattamente questo. 

Per filo e per segno.

Per non pensare a quello che avrei voluto fare, avevo deciso di buttarmi a capofitto nella mia più grande passione: scrivere di viaggi. Ma questo aveva fatto sorgere molte problematiche: non potevo viaggiare abbastanza, perché le ore di ferie non erano sufficienti, come non lo era il tempo che potevo dedicare alla scrittura. Era come vivere 2 vite in una, sacrificando parecchie ore di preziosissimo sonno, per viverle entrambe. Ma io continuavo, testa dura come sono.

Arrendermi non mi era permesso.

Arrendermi significava realizzare che la vita che stavo facendo, non mi piaceva. Che non stavo guidando io la carrozza e non potevo realizzarlo, perché avrei dovuto rivoluzionare tutto. Avrei dovuto sacrificare molto. Restavo lì, semplicemente perché avevo PAURA.

Poi un giorno sono arrivata al limite, quasi senza accorgermene. Fare il prestigiatore cercando di incastrare 5 giorni di viaggio, in 4 di ferie, non mi bastava più. Lasciare la mia passione al tempo che avanzava, neppure. Senza calcolare tutto il tempo agli affetti che dovevo sacrificare.

Non potevo andare avanti così. Era arrivato il momento di decidere.

Scegliere se godermi la tranquillità di un posto fisso, mettendo a bada la mia passione, o mollare il lavoro e partire (con tutti i contro del caso). Ma se sono ancora qui a scrivere, avrai intuito che non ho optato per la prima opzione. Non rientrava in nessun modo nelle mie corde. Non l’avrei mai permesso a me stessa. 

E allora ho rassegnato le dimissioni.

Tutto ciò, però, non sarebbe successo se non avessi sentito “la scossa”.

È proprio questo che fa la differenza tra il voler partire e farlo per davvero. È una semplice scossa che arriva al momento giusto. Che arriva nel momento in cui tu sei pronto a recepirla con le corde più profonde della tua anima. Una scossa che ti sconvolge dall’interno. Come un uragano o una bomba d’acqua, che spazza via tutto ciò che trova sul suo percorso. Da quando senti la scossa, non puoi più essere lo stesso. Neanche se lo vuoi. Non puoi, sul serio.

Ti svegli una mattina e tutto é diverso.

Nulla è cambiato all’esterno. Ma tu sì. Senti un’energia nuova, mai provata prima. Ti sembra tutto così limpido e pensi: “Perchè non ci ho pensato prima?”.

Allora, perché mollare tutto e partire?

Mollare tutto e partire é concedersi il lusso di perdere il controllo. Uscire dagli schemi decisi da qualcun altro ed orari ben precisi, per inseguire i propri sogni. Lasciare il certo per andare incontro all’incerto. Un salto nel vuoto, in cui non sai se atterrerai su una roccia appuntita o un materasso di gomma piuma.

Cosa accomuna chi lascia tutto e decide di cambiare vita?

La cosa più inquietante e confortante allo stesso tempo, è stato scoprire quante cose avessi in comune con chi aveva lasciato tutto ed era partito prima di me. Avevo notato che la goccia che ha fatto traboccare il vaso per molti (se non tutti) è stato un viaggio: per qualcuno un viaggio di nozze in Perù, per qualcun altro 3 settimane negli Stati Uniti.

Anche per me è stato così.

Durante il mio secondo viaggio alle Isole Lofoten (Norvegia). Lì ho preso la scossa (non letteralmente eeehh), l’ho sentita e da quel momento tutto è stato diverso.

Fosse stato per me, forse, non sarei mai partita.

Ci avevo pensato più volte anche io, sì, ma finivo con il tornare sui miei passi, convincendomi che avevo avuto un attimo di follia. Che restare con un contratto a tempo indeterminato, anche se di un lavoro che non mi piaceva, era la scelta migliore per me. Questi pensieri si ripresentavano ciclicamente, di solito ogni 3/4 mesi, ma io ero diventata molto brava a metterli a tacere, con frasi del tipo “Io non posso.” “Per gli altri è facile, ma per me no, è impossibile.”

Fino al giorno in cui ho sentito la scossa.

In quel momento qualcosa ha fatto cadere le mie barriere. Ha fatto abbassare le difese alla parte iper protettiva di me, a favore di quella che avevo sempre soffocato.

Quella che mi suggeriva di partire.

Mollare tutto e partire è una scelta.

Una scelta per una vita più difficile, complessa, impegnativa, ma con più stimoli.

Chi molla tutto e parte non sta cercando una via di fuga in cui correre il più lontano possibile. Chi molla tutto e parte cerca un sentiero in cui poter correre a piedi nudi, senza sentire il dolore ai piedi. La verità è che chi parte non sta mollando proprio niente. Sta semplicemente cambiando, anche andando incontro a qualcosa che ancora non conosce, perché è convinto che mollare tutto e partire non è per forza la strada, ma un modo per trovarla.

Appunta l’articolo per dopo, Pinnalo!

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